Viaggio a Genova, 20 anni dopo

di Clara Amodeo

Vent’anni fa avevo 12 anni e, come ogni estate da tipo sempre, passavo il mese di luglio con la nonna nella nostra micro casa in affitto sull’Aurelia, dalle parti di Imperia. La nonna (ex staffetta partigiana, figlia di un padre che di botte e di olio di ricino ne aveva presi in grande quantità dai fasci di Reggio Emilia) mi aveva già da tempo insegnato ad ascoltare in rispettosissimo silenzio le notizie della Rai (Tre, ça va sans dire): non solo perché l’informazione, pubblica e all’epoca addirittura di sinistra, è diritto sacrosanto per ogni uomo libero su questa terra, ma anche perché in quei giorni stava accadendo qualcosa di grosso, molto grosso, nella città capoluogo della regione in cui mi trovavo: Genova.

Da lì, ogni giorno, un crescendo di notizie apriva e chiudeva ogni edizione del TGR non tanto sul gruppo degli 8 e sulle loro decisioni deliranti, quanto sui fatti di cronaca che stavano interessando la città intera. E nonostante l’età oggettivamente del cazzo (troppo grande per giocare coi piccoli, troppo piccola per i discorsi dei grandi), una cosa l’avevo capita: mentre alcuni tizi si erano riuniti (meglio, nascosti) in un palazzo a farsi gli affari loro, tante persone (donne, uomini, ragazzi, adulti, dai vestiti colorati) chiedevano, per strada, qualcosa ai tizi nel palazzo ma altre persone, armate e in divisa, non glielo permettevano. E, anzi, facevano loro del male, picchiando, ferendo e infine uccidendo. Credo che proprio in quel momento io abbia afferrato e sviluppato il senso dell’ingiustizia, che mi faceva rabbia e paura allo stesso tempo: perché i signori con le divise usavano violenza? E perché, invece, le persone che vestivano colorate sanguinavano? Che parità c’era in questa situazione al limite della follia? E perché nessuno interveniva? Poi, ovvio, c’erano anche le domande sui cassonetti ribaltati e sulle macchine incendiate, sulle vetrine rotte e su quei ragazzi incappucciati, ma di fronte a certa cattiveria tutto il resto era rumore.

Oggi ho 32 anni e il 2001 a Genova l’ho potuto ricostruire (e, in qualche modo, conoscere) “solo” attraverso le notizie, i libri, i film, le canzoni, le interviste e gli incontri degli anni a venire. A ripensarci a posteriori, quello che per tutti noi è stato il seme della follia per me è stato anche il seme da cui è germinato un lento percorso di consapevolezza via via sempre più delineato, una strada scoscesa ma dotata di paletti nel tempo impossibili da oltrepassare. Ho pochissime certezze (se non che Carlo vive e che conosciamo i responsabili) e domande in quantità che, in punta di piedi, cerco di fare a chi in quei giorni c’era e che sulla propria pelle ha subito le angherie di uno Stato fascista e scellerato. Perchè non c’è futuro senza memoria e perché da over 30 ho sentito la necessità di ricongiungermi, 20 anni dopo, con quella città che tanto mi ha dato e tanto ha tolto. Per questo, insieme alla prode compagna Camilla e grazie all’imprescindibile supporto dei VolksWriterz, il 16 luglio scorso sono tornata a Genova: filo rosso della visita è stato il ventennale, che ho vissuto assieme alle persone a me care in due luoghi simbolo del movimento in città, il LSOA Buridda e il CSOA Terra di Nessuno.

Nel primo spazio si sta tenendo, dal 4 al 31 luglio, la mostra dal titolo più che mai evocativo “Un altro mondo è necessario. 2001 – 2021”: come si legge sul sito, l’esposizione, “suddivisa in cinque aree tematiche ripercorre non in ordine cronologico le principali lotte che hanno caratterizzato l’inizio del nuovo millennio: dalle mobilitazioni contro i cpt a quelle ambientali, dalle azioni e cortei contro la guerra globale permanente alle vertenze contro la precarietà. A partire dalle foreste del sud est messicano fino agli assedi ai vertici mondiali. Un unico filo rosso che unisce le generazioni nella costruzione di un altro mondo possibile”. Ho avuto il piacere di scambiare due chiacchiere (sulla mostra e su molto altro ancora) con il Collettivo Buridda.

Quali sono le iniziative del Buridda per questo ventennale?

Il Buridda nasce dai movimenti del G8 e, come ogni anno, luglio è per noi un momento molto sentito. A maggior ragione lo è adesso, nell’anno del ventennale, che aggiunge intensità emotiva e politica al periodo che stiamo vivendo. Pertanto, per questo anniversario ci siamo chiesti come potevamo non tanto rendere omaggio a un fatto quanto ricordare e raccontare il G8 a chi non c’era o chi, all’epoca, non era parte del movimento. Ne è così nata la mostra “Un altro mondo è necessario” (perché non è più, come dicevamo una volta, “possibile”), che si basa su un dettagliato lavoro di ricerca tra i nostri materiali e quelli degli spazi sociali, oltre che degli archivi di movimento, al fine di raccontare le tematiche portate avanti durante quel periodo: il lavoro, l’immigrazione, l’ambiente, la lotta di movimento (come quella dei NO TAV) e le lotte studentesche. In questo modo abbiamo posto l’attenzione, in senso tematico e non cronologico, sulla preparazione di quelle giornate, che furono di incontro, scambio e soprattutto festa, elementi che cerchiamo di avere sempre con noi quando scendiamo in strada. La mostra non è tuttavia l’unico evento che si sta tenendo da noi: abbiamo infatti previsto presentazioni di libri, convegni su tematiche legate ai temi portate in mostra, spazio ad artisti che volessero portare canti popolari e partigiani e di lotta per un luglio a 360 gradi, con risvolti che abbiamo voluto essere di festa, com’è stata la marcia zapatista del 18 luglio scorso.

La storia del vostro collettivo è strettamente legata ai fatti di Genova 2001, vero?

Sì, il nostro collettivo nasce nel 2003 e sceglie il nome di un tipico piatto genovese (la buridda, appunto, che mette insieme diversi tipi di pesce per un risultato dal sapore buonissimo e forte) per raccontare la storia di diversi compagni, provenienti da diversi percorsi ma uniti nello stesso spazio sociale (che dal 2014 è quello di corso Monte Grappa 39, per moltissimi anni un magistero sede di Scienze della Formazione e abbandonato da 10 anni). Siamo un LSOA e al nostro interno contiamo un grandissimo numero di laboratori (serigrafia, circo popolare, cucina popolare, fablab, scultura assieme a collettivo queer e banda di strada): un posto dove si dà la possibilità a tutti di fare qualcosa in maniera trasversale, avendo a cuore lotte e temi legati all’ambiente e ai popoli stranieri.

Oltre a quelle descritte, tra le iniziative del ventennale c’è stato anche un muro realizzato dai VolksWriterz…

La storia del muro, che è comunale e che non ci è mai piaciuto, nasce tempo fa: era da un po’ che pensavamo di dipingerlo, ma non sapevamo ancora bene come. Il ventennale ci ha fornito l’occasione perfetta e, dopo avere interpellato i VolksWriterz che conosciamo bene, abbiamo chiesto loro di raffigurare le lotte a cui siamo particolarmente legati: dalla figura di Carlo, che non è punto di arrivo o di partenza ma è punto fondamentale delle lotte che portiamo avanti, alla parte dedicata al Kurdistan, sono stati 4 giorni bellissimi, che ci hanno permesso di costruire vere e proprie giornate di comunità attraverso un’espressione libera e fruibile da tutti.

Ma quello del LSOA Buridda non è stato l’unico muro genovese organizzato per l’occorrenza: i VolksWriterz, diretti dal virtuoso della logistica e dell’arte (oltre che grande amico) Morkone, hanno infatti dipinto anche al CSOA Terra di Nessuno in via Bartolomeo Bianco, 4.

Morkone, mi racconti la genesi e lo sviluppo dell’opera al LSOA Buridda?

Dopo un incontro a Milano con un giovane VolksWriterz del capoluogo ligure abbiamo ragionato, in collaborazione con il Collettivo Buridda, sulla murata. L’iconografia parte dal riconoscibilissimo volto di Carlo, la cui raffigurazione cerca di non essere troppo commemorativa ma affronta tematiche attuali del presente, ossia tutte le lotte che vengono rappresentate dopo. Troviamo infatti la famosa camionetta dei Carabinieri che brucia in via Tolemaide, la Resistenza a mani nude che è conseguita dopo le brutali cariche subite, i NO TAV, i portuali di Genova, l’Ilva di Taranto e, infine, la parte internazionalista con le lotte cilene, il femminismo militante latino dei giorni nostri, gli zapatisti, la Palestina e il Kurdistan. Tutte queste tematiche ci sono state suggerite, la maggior parte delle immagini sono state concordate ma abbiamo sempre avuto carta bianca: un apporto imprescindibile dal punto di vista della composizione è stato quello che ci ha dato un VolksWriterz della delegazione orobica. Il collettivo Vostok del LSOA Buridda è stata la mia controparte a Genova, senza il quale la logistica sarebbe stata pressoché impossibile: siamo stati in tantissimi a esserci mossi, per la prima volta abbiamo messo insieme la componente femminile del gruppo, a cui tengo molto, i giovani del giro Casciavitt e il nucleo degli albori.

Che mi dici, invece, dell’opera del CSOA TDN?

Qui ci avevano solo chiesto di concentrarci su zapatismo e anti sgombero perché loro sono sotto sgombero, pertanto abbiamo pensato alla composizione OKUPA e RESISTE in spagnolo. Il resto è andato molto in freestyle, pensa che il gatto ce l’avevano suggerito mentre stavamo facendo il Buridda, mentre in viaggio per tornare a Genova dopo lo stop milanese abbiamo cambiato il blocco e abbiamo integrato con quello che ci avevano mandato.

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