“Il burrone e il salto”, 15 anni a ritroso nell’Arte Urbana a Milano: l’intervista agli autori

di Camilla Castellani

Per noi di Another Scratch In The Wall non è un giovedì qualunque. Oggi, infatti, è il grande giorno: quello, cioè, d’uscita de “Il burrone e il salto”, il nuovo libro del fotografo Giovanni Gianfranco Candida in arte WallsOfMilano scritto insieme a Clara Amodeo, storica dell’arte, giornalista, mente e cuore di Scratch. Edito da Meltemi Editore, il libro è un viaggio nel tempo – da oggi e nei passati 15 anni – e nella militanza sulla scena dell’Arte Urbana milanese del fotografo. “Il burrone e il salto” è una narrazione attraverso le fotografie di WallsOfMilano e dentro le parole di Clara dei muri e degli artisti che gli hanno dato una voce. E mentre il libro è disponibile nelle librerie e su ecommerce, Giovanni e Clara hanno risposto alle nostre domande.

“Il burrone e il salto” nasce nella primavera 2020, in pieno lockdown. Come sono andate le cose? Era un’idea già in cantiere o qualcosa in particolare ha acceso la scintilla?

Giovanni Candida: Già quando uscì il mio primo libro avevo l’intenzione di raccontare per immagini il mio rapporto di fotografo con l’Arte Urbana. Non avevo però in mente un progetto ben definito. Con l’editore, Meltemi, decidemmo di raccontare la storia di Zak e del suo fantastico Castello. Poi, come raccontiamo nel libro, nel 2020 in piena pandemia, l’idea di questo nuova opera è partita da Clara nel bel mezzo di un’intervista su Another Scratch in the Wall.

Clara Amodeo: Gianfranco e io ci conosciamo ormai da diversi anni e in tantissime occasioni mi è capitato di chiedergli di potermi passare qualche foto per articoli, blog post, social post, foto da inserire o passare pressoché ovunque, il tutto sempre per (o per conto di) ASITW. Ma non mi ero mai davvero resa conto dell’archivio che avesse. Ad avermelo fatto capire è stata la preparazione di quella live durante il primo lockdown: quando discutevamo i temi e ci preparavamo alla diretta, mi ha girato talmente tanto materiale che mi sono stupita: non finiva mai! Da lì il pensiero: come diavolo è che tutto questo materiale non sia ancora stato sistemato e inserito in una pubblicazione?

Il libro sono racconti, fotografie e racconti delle fotografie stesse. Da cosa nasce un titolo come “Il burrone e il salto” per un volume sull’Arte Urbana?

GC: “Il burrone e il salto” è un verso che chiude una poesia che ivan scrisse per me in occasione della mia prima mostra fotografica nel 2014: “se noi siamo il burrone – Giovanni – tu sei il salto”.

CA: è stata una scelta a cui siamo arrivati grazie a Gianfranco, nel senso che prima di arrivare a quello che vedi, e durante la stesura del libro (una volta chiaro il format), abbiamo buttato giù mille titoli, uno più didascalico dell’altro (tranne qualche titolo in milanese, che però rischiava di essere veramente troppo local e di non essere capito al di fuori della Lombardia). ivan e Gianfranco hanno un rapporto di amicizia speciale e il poeta ha scritto diverse liriche in onore del fotografo: quel passaggio ci piaceva particolarmente, non solo perché era descrittivo del rapporto tra WoM e la comunità artistica (elemento che sta alla base del libro) ma anche perché crea un effetto di detournement, non ti aspetteresti che un libro con un titolo di quel tipo possa parlare di Arte Urbana (e poi dai, la foto di copertina quanto è azzeccata col titolo?)

“Il burrone e il salto” è un viaggio – da oggi al 2006 – da e verso dove? E chi avete coinvolto?

GC: Per me chiude un ciclo di 15 anni e volevo tirare le fila di questa ricerca/esperienza di vita. Anche se non smetterò di interessarmi di Urban Art intendo raccontare anche altri aspetti della vita e della città di Milano.

CA: Anche per me è stato un modo per mettere a sistema 7 anni di blogging (e, come Gianfranco, 15 di studio della materia) di e con Another Scratch In The Wall. A me sembra ieri che coi miei amici del liceo, i miei fidanzati mezzi artistoidi, ci si faceva le vasche a piedi o coi mezzi dal Leoncavallo a via Tertulliano, da Isola a Bovisa, dal PAC alla Triennale per fotografare i pezzi che uscivano a una rapidità unica (e tentare, in maniera goffa, di ripeterli e di creare il proprio stile). E invece in tutti questi anni ho raccolto talmente tante storie, talmente tante foto, talmente tanto studio che il libro è un po’ un punto di arrivo di tutto questo materiale. Questo non significa certo che la ricerca di Scratch finisca qui: al contrario, fa piacere sapere che tutto il nostro lavoro stia dando dei frutti e venga oggi riconosciuto un po’ ovunque, tra i professionisti del settore ma anche tra gli appassionati e i neofiti. È proprio in questa direzione che vogliamo andare: studio costante, approfondimento continuo, lavoro sempre e necessariamente a contatto con gli artisti.

Che rapporto c’è tra Milano e i suoi muri? Come si è trasformata la città con l’Arte Urbana e come la Urban Art si è evoluta a Milano negli anni?

GC: Quando ho iniziato a fotografare Milano era un museo a cielo aperto. Poi sono venuti gli anni della repressione Morattiana, le leggi sul decoro, gli arresti, le multe e addirittura le condanne penali. Questo ha impedito che si potessero realizzare in modo “non autorizzato” opere che richiedessero ore di lavoro ma ha lasciato comunque campo libero alle tags selvagge che richiedono una frazione di secondo e sono quasi impossibili da eliminare. La città si è impoverita di bellezza e a poco valgono i cosiddetti 100 muri liberi che in gran parte non sono altro che vecchie Hall Of Fame in questo modo legalizzate ma senza alcun criterio storico o artistico. Ora assistiamo allo svilupparsi di un “nuovo muralismo” che vede protagonisti anche, ma non solo, artisti che avevano iniziato dipingendo per la strada. Sebbene parte di questo “nuovo muralismo” produca cose di valore e che mi piacciono si tratta di cosa diversa dal Writing e dalla Street Art. Queste sopravvivono nei festival, nei luoghi abbandonati o nei luoghi recuperati a uso sociale magari attraverso occupazioni.

CA: Diciamo che nel tempo la iniziale carica spontanea del Writing prima e della Street Art poi a Milano si è andata via via affievolendo (pur senza scomparire del tutto, sia chiaro) per una serie di motivi: le repressioni prima di tutto, poi forse anche un naturale decorrere del tempo e delle cose e infine la tendenza della città di Milano a essere sempre più una città patinata, da copertina di periodico di moda e tendenza, che mira più alla rigenerazione delle facciate che non alla soluzione dei problemi sociali e culturali che ci stanno dietro. E se da una parte questo atteggiamento ha portato a un abbellimento della città, oltre che a una tendenza alla normalizzazione del movimento (vedi le delibere o gli sportelli), dall’altro non ha permesso di “sanare” quei problemi e quelle diseguaglianze di cui si faceva portatrice (con uno stile pazzesco, con una carica spontanea senza eguali) la produzione delle origini, aumentando così il divario tra permesso e non permesso. Un rapporto un po’ schizofrenico, ecco.

Giovanni, ad un certo punto del libro ci porti a Berlino. Ti va di dirci di più su WallsOfMilano alla galleria Neurotitan?

La mostra che inaugurai a Milano allo Spazio6 nel 2014 si basava su 38 fotografie 50X70 di artisti in azione. Ale Senso, che vive a Berlino, mi invitò a riproporla pari pari nella capitale tedesca presso la galleria Neurotitan, uno degli spazi più famosi e vitali per l’arte d’avanguardia e centro nevralgico per un vasto network di artisti a livello globale.  Ero entusiasta della possibilità ma, quando mi recai a visitare la galleria, mi resi conto dell’enormità dello spazio da riempire. Tornato a casa, per cercare di occupare lo spazio al meglio, maturai l’idea di coinvolgere gli artisti che avevo fotografato; proposi l’idea alla galleria che accettò con entusiasmo. Così nacque il gruppo che poi finì per esporre a Berlino. Nonostante alcune vicissitudini, che raccontiamo nel libro, fu una grande esperienza artistica e umana. Finì che la galleria ci permise di dipingere anche su un muro che è uno degli “spot” più celebri e fotografati di Berlino. Manuinvisible e Frode si cimentarono anche in un mio ritratto, che devo dire, pur facendo abbastanza ridere e non rendendo merito alla mia bellezza, rese il mio viso celebre a Berlino per alcune settimane e chissà quanti turisti si sono portati a casa una foto col mio ritratto.

Entrambi siete dei narratori. Cosa vi ha spinti a indagare e raccontare – con le fotografie e con le parole – l’Arte Urbana?

GC: La mia fotografia è sempre stata una fotografia “sociale” scevra di tecnicismi, anche se la mia tecnica è migliorata con gli anni, e tesa a raccontare realtà “marginali”. L’Urban Art mi ha affascinato essendo una forma d’arte che esprimendosi per strada, fuori dalle gallerie, si basa sul principio della condivisone anziché del possesso. Non è che poi gli artisti non vendano le loro opere, io stesso ne sono un collezionista, ma quello che fanno per strada a loro spese, a loro rischio, spesso al limite della legalità è giustificato dal grande bisogno di esprimersi e comunicare in modo condiviso e partecipato. Una pratica “sovversiva ma legittima” che è maturata in una corrente artistica anche se, proprio perché sovversiva quando originale e non commerciale, è difficilmente definibile e richiudibile in canoni specifici. Ora che sono in pensione, avendo più tempo da dedicare alla fotografia, alla ricerca sull’Urban Art ho affiancato, sempre nel solco della fotografia sociale, una ricerca in bianco e nero raccontando storie della città di Milano che coinvolgono gli ultimi, le associazioni di volontariato, le battaglie civili e sociali e tutto quello che non viene raccontato dai media mainstream e che forse non acchiappa nemmeno molti likes sui social. La mia prossima mostra sarà probabilmente in B&N e racconterà cose diverse dall’Urban Art.

CA: Forse l’Arte Urbana racchiude due elementi che sono il sale della mia vita: l’arte e la comunicazione (il terzo è l’antropologia culturale, ma questo rimane un sogno nel cassetto che non ho mai raccontato a nessuno). Non sarei storica dell’arte e giornalista assieme se non fosse così. Da un lato, infatti, ci sono capitata dentro: nel 2006, più o meno nell’anno in cui Gianfranco scattava le sue prime foto milanesi sul tema, io avevo 17 anni e da circa due frequentavo la scena con mezzo piede dentro e mezzo piede fuori: frequentavo persone e luoghi che erano protagonisti del movimento o che, semplicemente, come me simpatizzavano per questa cosa nuova che erano le figure dipinte, attaccate, corredate di scritte in giro per la città. Le fotografo, partecipavo agli eventi, alle mostre, le studiavo di notte, cercavo di riprodurle prima su carta e poi su muro, ma con risultati veramente disdicevoli. Ho quindi mollato il colpo nella pratica, ma non ho mai mollato nella teoria: questo modo di lanciare messaggi pubblici a una città ingabbiata (la città delle giunte di centro destra, Albertini prima e Moratti poi) mi piaceva troppo e trovava il mio massimo appoggio. L’università, poi, mi ha dato un metodo, delle chiavi di lettura: la pratica dello studio dell’arte, la sua storicizzazione, elementi di critica e di estetica, mi hanno portata a capire come dare una forma a tutto quello che avevo fagocitato negli anni del liceo; contemporaneamente, il giornalismo mi ha fornito il canale perfetto per rendere tutti quegli studi privati, pubblici: quando iniziai la mia carriera giornalistica, su un bisettimanale di Sesto San Giovanni, dopo un anno di collaborazione ero “quella che parla dei muri” e tutti gli articoli sulla Street Art erano miei. Col master, infine, è arrivato Another Scratch In The Wall, il mio parco giochi, il mio ossigeno durante stage in redazioni che non sopportavo, l’unico vero motivo per cui, secondo me, sia valsa la pena frequentare un master in giornalismo di due anni. E poi vabbè, lì è tutta storia nota. Ancora oggi quello che amo di questa forma d’arte è la sua carica sociale, la sua capacità di comunicare un messaggio, una necessità, un problema, una velleità derivante dall’uomo e diretta a un altro uomo. Che poi tutta l’arte ha un po’ questa carica, ma chi mai si sarebbe sognato di farlo su muri, treni, metropolitane, luoghi abbandonati con il semplice uso di una bomboletta spray?

“Il burrone e il salto” non è un manuale di storia milanese dell’Arte Urbana. Secondo voi della Urban Art si scriverà una storia su carta? O ha un’evoluzione in continuo divenire da poterla conoscere solo addentrandosi?

GC: Fatta salva la storia delle origini USA dei “graffiti” il mondo del Writing e della Street Art si è via via evoluto e differenziato in modo rapidissimo e magmatico. Qualsiasi storia sarà per forza parziale ed escluderà qualcuno, tentativi o aspetti dalla narrazione. Preferisco le storie di esperienze specifiche. A questo proposito mi sono piaciuti moltissimo il libro di KayOne “Vecchia Scuola” che racconta la storia del writing a Milano dal suo punto di vista e il libro di Corrado Piazza “Buoi Dentro” che racconta la stagione del bombing nella metropolitana milanese tra il 1987 e il 1998.

CA: Io lo definisco “un magma in continua evoluzione”. Fatta salva la storia del Writing, che dall’USA all’Europa all’Italia è già stata abbondantemente studiata, analizzata, storicizzata e dunque resa edita, la storia di quello che viene dopo è un gran bel casino. Sento la mancanza vera di un libro che racconti, con cognizione di causa e in maniera storica, la Street Art delle origini a Milano e in Italia, ma credo che ci sia la tendenza a non metterci mano per paura di scoperchiare un vero e proprio vaso di Pandora (a me è stato più volte chiesto di scriverne uno sul tema ma mi sono sempre rifiutata, per ora). Se qualcuno lo farà (e sappiamo che qualcuno lo farà), si porterà appresso un bell’onere ma anche un bell’onore.

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