JR a Palazzo Strozzi: “Lo potevo fare anch’io”

di Clara Amodeo

Già, “Lo potevo fare anch’io”. Che non è solo il titolo di un libro del Bonami nazionale (libro che ho molto apprezzato ma sulle cui posizioni non sempre sono d’accordo), quanto il leit motiv che negli ultimi giorni (e in maniera assolutamente velata) è rimbalzato sui social da parte di una comunità artistica locale (aka italiana) evidentemente piccata. Il pomo della discordia? Vabbè dai, lo sapete: l’installazione del francese JR a Palazzo Strozzi.

Ora, chi ci legge e segue sa che abbiamo praticamente sempre preso le parti degli artisti, anche a costo di venire bacchettati da chi artista non era. A sto giro, però, mi pare che certe tesi sostenute proprio da una buona parte dei nostri sia abbastanza inconsistente e fine a se stessa, mettendo così a nudo un “problema” insito nella produzione italiana che fino a questo momento era rimasto nella penombra (e sul quale mi sono confrontata con molti. Anzi, molte). 

“Idea mediocre, l’hanno già fatto in pubblicità 20 anni fa”; “Idea fatta male perché anamorfica, se visto da altre parti della piazza risulta storto”; “Idea markettara, son bravi tutti a fare i fighi con le installazioni instagrammabili a Palazzo Strozzi”, “Idea esterofila, perché non chiamare un artista italiano visto anche il periodo di difficoltà?”, ho letto, più o meno a ripetizione, in giro. Posto che ciascuna di queste posizioni ha un che di evidentemente condivisibile, mi chiedo perché si debba andare ad affossare una delle poche, pochissime produzioni più o meno potenti che in Italia si sono realizzate nell’ultimo anno per scuotere le coscienze del pubblico su un tema tanto delicato qual è quello della preclusione degli spazi della cultura alla fruizione collettiva. Tema, ovviamente, legato alla contingenza.

É un prodotto che, stilisticamente, segna l’apice di una carriera artistica? No, evidentemente no. É meglio di certi temi triti e ritriti a cui siamo stati abituati, soprattutto nella produzione dell’arte urbana italiana, nell’ultimo anno (tranne qualche rarissima eccezione)? Sì, evidentemente sì. Che, badate, non significa giocare al ribasso, ma riconoscere che forse, Houston, abbiamo un problema e che se non lo risolviamo per tempo altro che JR. E non uso il plurale a sproposito: una riflessione di questo tipo, che deve venire da un po’ di sana autocritica, interessa tanto gli artisti quanto i critici, i curatori, i galleristi, gli storici e i divulgatori nostrani. Tutti, nessuno escluso.

A questo, poi, si aggiunge anche un’altra riflessione, ossia il fatto che, grazie a quel mega plotter non perfettamente in bolla, che mostra una traslazione ideale forse un po’ fuorviante, ma dal portato complessivo veramente potente, Palazzo Strozzi in quanto istituzione storica ha preso una posizione importante e parecchio critica verso l’attuale gestione della cultura in pandemia. E, indubbiamente grazie all’eco mediatica di cotanto artista, l’ha fatta rimbalzare tra giornali e bacheche di tutta Italia, facendo in modo che, gira che ti rigira, tutti ne parlassimo. Non è cosa da poco, se si pensa che non si tratta di un museo civico ma di una fondazione privata, che, come mi ha detto un caro amico, “ohhhhh è una fondazione e hanno la libertà, non morale, di fare quel che vogliono”.

Detto questo, si potrebbero spendere ancora fiumi di inchiostro su Ecoponteggi (come minimo, trattandosi di ponteggi per restauri, o sono meglio le pubblicità dei mega brand?), sui direttori museali stranieri in terra italica (ce ne sono, all’inverso, anche all’estero), sulla spettacolarizzazione del gesto (che però è servita) e via dicendo, ma non lo faremo qui. Spero solo che questi nostri two cents sulla vicenda possano spronare alla riflessione collettiva in un periodo che, di certo, non aiuta. 

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