Cosa c’è da imparare dalle “Linee guida per l’Arte Urbana – Muralismo – Street Art” del Comune di Torino

di Clara Amodeo
Muri di Aryz per il Picturin e la Mole Antonelliana sullo sfondo

“Arte Urbana, Graffiti writing e Muralismo Metropolitano: Torino lancia i nuovi strumenti per valorizzare, gestire e tutelare il grande patrimonio artistico della Città”. Ammetto che quando ho letto l’oggetto della proposta di deliberazione della giunta comunale torinese numero 1881 un po’ gli occhi al cielo li ho alzati. E invece, dopo avere spulciato con dovizia di particolari non solo la delibera ma anche le linee guida per l’Arte Urbana, la Street Art e il Muralismo a Torino e il compendio “Torino, oltre 20 anni di storia”, e dopo avere fatto lunghissime chiacchierate sul tema assieme a Fijodor de Il Cerchio E Le Gocce e a Ruben dei Monkeys Evolution (che hanno preso parte ai lavori), ho capito che potevo dormire sonni un po’ più tranquilli.

Già, perché l’operazione torinese non solo vuole fare una panoramica di quanto accaduto sulla scena dell’Arte Urbana locale negli ultimi 20 anni, ma vuole anche gettare le basi per una serie di operazioni (la prosecuzione del progetto Murarte, l’incremento del patrimonio pubblico di Arte Urbana, l’implementazione dell’attività di un tavolo tecnico-artistico, la documentazione, il censimento e la tutela delle opere) da realizzare nella maniera più giusta possibile: quella, cioè, della collaborazione e del dialogo tra le associazioni che da sempre rappresentano gran parte degli artisti della scena e le istituzioni, pubbliche e private, locali.

Parte integrante e sostanziale del provvedimento sono, poi, le “Linee guida per l’Arte Urbana – Muralismo – Street Art”, uno strumento di valorizzazione, gestione e tutela del patrimonio artistico in cui sono definiti i macro obiettivi, le linee di intervento, le azioni e i protagonisti necessari per raggiungerli, per uno sviluppo turistico, culturale ed educativo che non possa prescindere da una conoscenza approfondita della materia. Ma badate bene: la delibera e le relative linee guida non si fanno portatrici di leggi scolpite nella pietra, quanto di una programmaticità che intende porre la basi per uno sviluppo sostenibile, ma soprattutto partecipato attraverso una apposita cabina di regia, per quello che credo a buon diritto possa essere da tutti definito il “sistema Torino”.

“Si tratta – mi fa notare Ruben – di una delibera che ha come scopo quello di dettare le linee guida di un determinato ambito di lavoro per i prossimi anni, non è nulla di attuativo. Punto necessario da cui partire era dunque sancire lo stato attuale, che non è una cosa da poco: riconoscere che si è fatto un certo tipo di percorso dal 1999 a oggi (non senza una certa difficoltà, ma grazie all’impegno di tutti) è importante perché chiunque venga dopo ha un documento ufficiale che, oltre a fare da storico, è anche una forma di tutela, sia politica sia interna al movimento. Perché, diciamocelo, la street art non deve essere un altro mezzo per fare billboard”.

E’ d’accordo con lui Fijodor: “Con questo tipo di provvedimento si sta cercando di creare degli iter condivisi tra più soggetti per puntare sempre di più su operazioni artistiche e sempre di meno su quelle meramente pubblicitarie, non vogliamo riempire la città di serrande (o, peggio ancora, di murate cieche) con loghi e sponsor. L’arte urbana ha bisogno di spazi senza confini e uno di questi, a Torino, è Parco Dora dove chiunque può dipingere senza bisogno di autorizzazioni. A questo aggiungo l’importanza delle operazioni spontanee, a cui la delibera riconosce forma e una sorta di liceità alla difesa, almeno per quelle opere di valore socio culturale: si tratta di un importante passo avanti, dal momento che l’illegale è un humus da cui uscirà fuori una nuova generazione di artisti”.

Eppure, nella delibera si fa menzione sia alle serrande degli esercizi commerciali sia alla facoltà, propria del tavolo tecnico-artistico, di “incentivare e sostenere il patrimonio di arte pubblica realizzato da privati”: come si conciliano questi due aspetti con quanto detto fin qui? “Per il primo – mi spiega Ruben – si tratta della ipotesi di revisione di alcuni regolamenti cittadini che hanno a che fare con saracinesche, paramano degli edifici e piano colore in generale: si tratta, in tutti e tre i casi, di regolamenti che vivono vite “a sé stanti”, ma che hanno bisogno di essere rivisti e integrati anche allo scopo di snellire le procedure”. “Nel secondo caso – mi dice invece Fijodor – si tratta solo di un incentivo, diretto alle aziende, di investire budget in progetti di arte urbana, ma senza esposizione di brand. Quelli concordati con loro devono essere progetti programmatici, in cui il Comune offre supporto tecnico e il territorio è dotato di voce in capitolo, e non calati dall’alto nel mero intento di riprodurre un logo (sul quale, per altro, il Comune fa pagare una tassa). In questo modo sarà possibile accrescere il patrimonio di opere che già esistono, senza bloccarle”. Ad accrescere, quantitativamente ma anche qualitativamente, il monte opere esistente, le linee guida fanno poi sapere che “La Fondazione Contrada Torino Onlus ha presentato un progetto sull’Arte Urbana, di durata biennale, alla Compagnia di San Paolo e da questa è stato finanziato”.

Più opere significa anche più attrattività turistica. E qui arriviamo a un punto che mi interessa parecchio. “Questa politica torinese – mi dice Fijodor – potrebbe essere attrattiva a livello turistico sia per quanto riguarda le persone comuni sia per quanto riguarda gli artisti. Pensaci: io non sono torinese di nascita, eppure ho trovato la città interessante per farmi la mia carriera artistica. Come me hanno evidentemente pensato la stessa cosa artisti del calibro di Etnik, Guerrilla Spam, Ufo5, tutti figli migranti di una politica attrattiva della città”. “Ho un unico dubbio – gli fa eco Ruben – sul turismo non artistico (di cui, tuttavia, si occupa la Regione e non il Comune): dal momento che anche noi artisti siamo, con le nostre opere, parte in causa del tema, c’è un modo grazie al quale possiamo trarre beneficio dalle attività turistiche?”. Domanda che spesso (troppo, forse) mi pongo anche io con Scratch, alle quali cerco di rispondere in vario modo: realizzando tour assieme agli artisti (di cui, per altro, acquisto le opere), promuovendo il loro operato attraverso la divulgazione con il blog e i social, valorizzando il lavoro di gallerie e realtà del territorio inserendole nei tour, partecipando ai bandi con artisti tra i più vari e infine donando qualche materiale in occasione di jam o eventi. Non molto, me ne rendo conto, ma già qualcosa per un’associazione culturale nella quale investo anima e corpo e guadagno nulla (essendo, appunto, un’associazione culturale e non il mio impiego). Qui, per altro, potremmo aprire il macro tema della qualità dei servizi erogati da realtà che promuovono sedicenti “street art tour” in città, ma non lo farò adesso.

Mi preme concludere questo lungo excursus sul lavoro svolto a Torino con una riflessione: se nel capoluogo piemontese gli artisti sono soddisfatti non solo della delibera ma anche delle linee guida, è per due motivi, paralleli ma complementari. Il primo, come dice Ruben, “un gruppo di amministrativi che sono edotti al tema”: tra tutti l’assessore alle Politiche Giovanili e alle Pari Opportunità Marco Giusta, promotore della delibera e fondamentale interlocutore in anni di lavoro sull’Arte Urbana. Dall’altra, una comunità artistica che dal 1999 non solo si è presa la briga di parlare, confrontarsi e pure scazzare con il Comune, ma anche di confrontarsi costantemente al proprio interno per sostenere istanze comuni nell’interesse non del singolo ma di tutti.

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