L’opera (donata) “Il bambino nel carrello” contro la cementificazione: intervista a Collettivo FX

di anotherscratchinthewall
Murale del bambino nel carrello

“Il signor […] dichiara […] di essere l’autore […] della seguente opera dell’ingegno di carattere creativo appartenente alle arti figurative: immagine del cd. “bambino nel carrello” […]. Il signor […] liberamente dona al “COMITATO PER L’USO CIVICO DI CASA BETTOLA”, che […] accetta e acquista, parte del diritto di sfruttamento economico dell’opera descritta in premessa […], limitatamente alla possibilità di produrre multipli (moltiplicazione in copie) su vari supporti fisici analogici, come magliette, borse, stoffe, cartaceo, ecc. Tale diritto ha ad oggetto l’intera opera, come sopra meglio descritta, e ha carattere permanente. […]”.

Così recita l’atto notarile che lo scorso 29 settembre 2020 ha decretato, alla presenza di un notaio (oltre che delle parti in causa), la cessione di un’opera d’arte urbana spontanea dal Collettivo FX ad altri “proprietari”. Un atto rivoluzionario, che conta ben pochi precedenti nella storia della giurisdizione italiana e che i reggiani hanno deciso di realizzare per sostenere una causa ben più grande di quella dei diritti d’autore.

Ma andiamo per gradi. Tutto, infatti, nasce nel 2001, quando a Reggio Emilia, “città – mi spiega il Collettivo FX – che ha grossi problemi di cementificazione”, inizia a girare una voce: la nota catena di supermercati Conad vuole allargare le fila dei suoi centri commerciali costruendone uno nei 30mila mq di area verde che danno su viale Rosa Luxemburg. Il progetto subisce qualche rallentamento e per averne di nuovo notizia bisogna aspettare il 2016, quando cioè Collettivo FX e Rhiot realizzano, nottetempo, l’opera “Il bambino nel carrello” proprio sul casolare abbandonato che insiste sul terreno oggi di proprietà di Conad. “La mattina – mi dice Collettivo FX – la città si alza scoprendo che quel vecchio progetto ormai decaduto per convinzione popolare e per senso logico verrà, in realtà, fatto: la reazione è forte e copre diversi fronti, al punto che i lavori subiscono un brusco rallentamento, mentre l’argomento comincia a essere ripreso dai giornali e dall’opinione pubblica”. Il 2017 è l’anno di #chiediloaconad, la campagna lanciata dal Collettivo FX insieme ad Arsave – Laboratorio per la città che vogliamo e Casa Bettola per contrastare l’ennesima cementificazione di una delle poche aree verdi rimaste.

Foto di Simone Armini

Ma, nonostante i buoni propositi, poco si può fare per mettere un punto definitivo agli interessi che il cemento ancora sa muovere: nel 2020, infatti, iniziano i lavori di costruzione del centro commerciale, con tanto di progetto che include palazzine e parcheggi. Il Covid, poi, non fa che aggravare la situazione, allontanando l’opinione pubblica dal circolo virtuoso che si era fin lì creato e dando sempre più spazio ai lavori. “Ho pensato: mi devo inventare qualcosa – prosegue Collettivo FX – per raggiungere due obiettivi: il primo, riuscire a portare avanti il tema della lotta alla cementificazione; il secondo, provocare una reazione nel mondo della cultura che da quel lontano 2016 è stato sostanzialmente silente rispetto all’opera. Chiariamoci, non pretendevo che venisse tutelata, ma per il sistema non è proprio esistito. Pertanto, grazie all’avvocato Enrico Cagnoni, che mi ha spiegato tutto lo scibile sui diritti d’autore, ho prima chiesto ai ragazzi del mercato Bio Bettola se avessero voluto diventare proprietari dell’opera e, dopo la loro accettazione, ho poi donato loro l’opera di fronte al notaio, con tanto di testo con spiegazione, perizia di un tecnico e deposito di foto e immagini”. Ed eccoci giunti a oggi, quando il gesto del Collettivo FX, vuoi per la sua straordinarietà, ha veramente smosso animi e coscienze: ma che succederà da qui in avanti? Abbiamo posto questa e molte altre domande proprio al collettivo FX.

Quando e quanto è determinante la specifica collocazione di un’opera di Arte Urbana – legale o illegale che sia?

Dipende tutto da quanto è importante l’argomento, come si veicola e come si crea alleanza con il territorio. Questo intervento è diventato importante grazie al movimento che si è creato, più che per l’intervento in sé. Se non ci fossero stati comitati, scuole e molti singoli a sollevare il problema usando quell’immagine, il valore d’opera sarebbe molto inferiore.

Hai detto che quando sono iniziati i lavori di costruzione che avrebbero messo in pericolo l’opera, il mondo della cultura non ha avuto reazioni, né di attenzione né di tutela. Ti ha stupito questo atteggiamento?

No non mi ha stupito. Ma forse è proprio questo il problema. In realtà non ne faccio una colpa: l’argomento è nuovo e declinato in questo modo ancor più nuovo. Però non è ora di approfondirlo?

Secondo te dovrebbe la cultura spendersi per combattere – o almeno provarci – un fenomeno come la cementificazione, in particolare di certe aree? Preservare il territorio per me è una dichiarazione di cultura.

La cultura è preservare il territorio ed evitare la cementificazione. E non è una scelta virtuosa ma parte della sua natura.

Foto di Agnese Spinelli

Riconoscere un’opera d’arte spontanea davanti a un notaio non è cosa che si sente tutti i giorni: non hai temuto che potessi essere tacciato di un qualche atteggiamento “gentrificazionista”?

Sono argomenti non immediati e quindi terreno perfetto per l’opinionismo e quindi polemiche sul fatto di far diventare legale un pezzo illegale oppure si è sprecata l’affermazione “ora vengo su casa tua e ti faccio un disegno e poi ti rompo pure le palle”. Insomma reazioni più che prevedibili. Dall’altro lato invece in molti hanno capito e ne stanno approfittando per fare riflessioni sulla filiera alimentare ma anche sul ruolo della cultura e sul peso della creatività rispetto all’estetica. E’ una decisione che coinvolge più argomenti che hanno bisogno di tempo per essere analizzati. Speriamo si continui.

Quali sono le strade che può intraprendere ora Conad? Pare ci sia un bel paradosso. Come intendi muoverti a riguardo?

La situazione più semplice sarebbe che Conad si rivolgesse alle istituzioni culturali e chiedesse: “cosa faccio?”. E che le istituzioni dessero le istruzioni su come fare, allo stesso tempo “conservando” l’opera senza doverla per forza mantenere in quel punto ma usando la documentazioni. Però, per vari motivi, non siamo ancora pronti a questo e così i costruttori andranno per la propria strada facendo valere i diritti acquisti e continueranno il cantiere come se nulla fosse. D’altronde hanno asfaltato un’area verde con la città contro, non credo che i diritti d’autore per un disegno li squassi più di tanto.

Mio papà, mezzo reggiano, prospetta il peggio, ossia che Conad paghi un cospicuo risarcimento ai proprietari dell’opera in modo da sciacquarsi la coscienza e procedere con la demolizione: pensi sia una soluzione veritiera?

Penso andranno per la loro strada, come spiegato sopra. Questa vicenda ha evidenziato però che in Conad ci sono diverse contraddizioni interne frutto di diverse visioni tra chi lavoro a livello locale (legato alla realtà) e nazionale (legato alle statistiche). Come ha sollevato un problema politico: di fronte ad un diritto acquisto nel 2001, cioè in un’epoca diversa, la politica non è riuscita mai a trovare una soluzione alternativa per rendere quel diritto funzionale all’epoca attuale. La risposta della politica è stata “ormai i costruttori hanno i diritti e noi non ci possiamo fare più niente”, e alla risposta “e voi politici cosa ci state a fare? Date una risposta burocratica oppure fate i politici e cioè risolvete i problemi?” ovviamente si sono offesi. 

Clara Amodeo
Camilla Castellani

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