Lettera alla redazione di Robinson

di Clara Amodeo

Gentile redazione di Robinson,

scrivo per proporvi una riflessione circa l’ultima copertina del vostro settimanale, dal titolo “Salvaci, Street Art” e dedicata a questa forma di comunicazione nello spazio urbano.

Inizio dal commento dal titolo “I graffiti in lotta per riscattare la solitudine delle città”. Che se non fosse stato per la firma esplicitata, a stento avrei attribuito al professor Achille Bonito Oliva. A mio parere (e a quello di buona parte della comunità artistica e professionale che si occupa di Urban Art), l’articolo è un approfondimento che non approfondisce, ma che dà notizie superficiali e svianti, se non in alcuni casi errate, sulla storia e sul senso stesso di un movimento.

Già, ma di quale movimento stiamo parlando? Tutto nasce, e finisce, da questa semplice domanda, la cui risposta è quasi del tutto ignota. La confusione dell’attacco, che vede nascere la Street Art (e non, come dovrebbe essere, i graffiti) negli States di fine anni Sessanta, non fa altro che reiterarsi in un pezzo che continua a confondere, cronologicamente e semanticamente, i due piani, fino a giungere a conclusioni quantomeno catastrofiche.

Certo, di tanto in tanto vengono citati i classici, ormai storicizzati, di un fenomeno sociale e artistico. Per esempio gli “American Graffiti” di cui lo stesso professore è stato pioniere proprio negli anni che indica, The faith of graffiti di Norman Mailer e le correnti di Action Painting, New Dada e Pop Art. Ma la conoscenza della storia dell’arte presto lascia spazio a luoghi comuni ed errori. Come l’infondata idea che vede i pionieri del Writing americano lontani dalle logiche del mercato dell’arte, o come la convinzione che la Street Art di matrice europea (dove per altro la Street Art nasce) sia composta da “generazioni di esecutori” che non fanno altro che riprodurre “una documentazione del presente”. Un po’ limitante, non trovate?

Ma è la chiusa del pezzo che, per la sua sintesi approssimativa ed errata, ha spiazzato tutti. Partendo dal caso Banksy (stiamo parlando di quello di Dismaland, di Game Changer e della Louise Michel, solo per citare i suoi più recenti lavori), davvero la sua iconografia può essere ridotta alla definizione di “leggibile come un quotidiano”? O, aprendo di più il campo, davvero la Street Art è un “fenomeno facilmente commestibile”? E, domanda che più mi sta a cuore: davvero la Street Art “decora le nostre periferie”? A ben vedere, non c’è nulla di più distante dalla Street Art del “decoro”, sia esso inteso come ornamento o decorazione al pari di una quinta teatrale, sia esso indicativo di quel travisato e ruffiano concetto di “decoro pubblico” di cui tanta politica si riempie la bocca a suon di repressione per tutto quello che “decoroso” non è. 

Se è vero che le parole sono importanti, specie per chi come noi fa informazione culturale, nel pezzo del professor Bonito Oliva credo che le parole si siano fatte veicolo di concetti superficiali, frutto di considerazioni poco avvedute e ben lontani da una lettura veritiera di un movimento artistico, sociale e culturale che non può essere ridotto alla decorazione parietale o alla mera narrazione della cronaca del Paese.

Ed è un gran peccato che il professore arrivi a queste conclusioni, sprecando l’occasione per mettere un po’ d’ordine in un genere che, anche se non sempre è stato in grado di raccontarsi in maniera chiara ed efficace, merita uno studio più approfondito da parte di chi ha fatto della critica dell’arte la propria professione.

Approfondimento che, aggiungo, manca anche all’articolo di apertura: un pezzo che passa in rassegna solo gli esempi più mainstream di un genere che, contrariamente a quanto si possa credere, durante l’ultimo anno non si è limitato a reinterpretare i classici della storia dell’arte dotandoli di mascherina chirurgica, né a riprodurre effigi di morti per qualche like in più su Facebook. 

Seppur sia innegabile che ci siano stati interventi di questo tipo, è anche vero che non è certo su di loro che un settimanale di approfondimento culturale debba puntare i riflettori in maniera esclusiva. E mi dispiace notare come un settimanale di settore che ha una responsabilità così grande verso un pubblico attento e disposto a imparare dalle voci più autorevoli abbia dato spazio a interventi così poco avveduti.

Chiudo questo intervento con un plauso: trovo infatti che l’intervista a Hogre abbia finalmente dato il giusto spazio all’attività dell’artista, uno delle figure più interessanti, anche se meno conosciute a livello mediatico, che operano nel contesto urbano.

Vi ringrazio, dunque, del tempo che mi avete dedicato e, nella speranza che le mie parole possano fornire uno spunto di riflessione in più per il futuro, vi saluto cordialmente.


Clara Amodeo
Giornalista professionista, critica d’arte e presidente dell’associazione culturale “Another Scratch In The Wall”

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