Nasce Urbaner, Culture Urbane Emilia-Romagna: l’intervista a Pietro Rivasi

di Clara Amodeo

Da milanese 30enne ho nel tempo capito quanto sia difficile instaurare un dialogo culturalmente proficuo tra la strada e le istituzioni senza che queste, in un modo o nell’altro, prendano alla fine il sopravvento e strumentalizzino il rapporto (complice anche una comunità artistica non sempre in grado di tener fede a certi principi, oltre che alla propria poetica). Da (mezza) emiliana, però, so anche quanto la scena al di fuori di Milano sia, regione per regione e territorio per territorio, diversa, e quanto in questo l’Emilia Romagna possa essere, con la sua storia politica, il suo sostrato sociale e tutta la produzione culturale indipendente che si è costruita nel tempo, portatrice di valori a cui tutta l’urbanità (non solo quella milanese) dovrebbe guardare con interesse.

Valori costruiti “a modino”, come spesso la mia nonna reggiana dice, e che non a caso hanno portato proprio gli emiliani a finalizzare, meno di un mese fa, il progetto Urbaner. Un progetto che, come recita il sito stesso, “nasce dalla volontà del Comune di Modena di riconoscere e valorizzare le culture che si formano in ambito urbano e che, in una prospettiva estetica, sociale e antropologica, generano talenti e tendenze in diversi campi”. E che come output finale visionabile da tutti divulga, tramite sito, la documentazione della ricerca, ossia un’ampia e dettagliata raccolta di interviste, immagini e video, alla quale si aggiunge la mappatura regionale degli interventi murali realizzati in occasione di festival (e non solo) e dei luoghi di importanza storico-culturale per queste discipline. 

Interessante già a partire dal naming (con quel suffisso “er” spesso usato in dialetto per i verbi), Urbaner, che sottotitola Culture Urbane Emilia-Romagna, ha alle sue spalle due nomi di tutto rispetto: quelli, cioè, di Pierpaolo Ascari e Pietro Rivasi, a cui si sono aggiunte le istituzioni. E pure gli artisti, in quanto non potrebbe esistere progetto sull’ambito urbano senza la voce di chi quella cultura l’ha prodotta. Uno su tutti, che con grande presa bene ha appoggiato il progetto, è il reggiano Collettivo FX, che così a fine settembre ha commentato Urbaner: “É un bel passo avanti: non solo chiunque in Emilia Romagna voglia capire il fenomeno ha un riferimento credibile (e non è in balia di Google), ma c’è anche un riconoscimento da parte delle istituzioni di quelli che sono progetti istituzionali e non (tra cui muri privati, illegali e treni). Insomma, siamo usciti dal piccolo mondo della Street Art per entrare, con criterio, nel più vasto mondo delle istituzioni dei Beni Culturali”.

Ma di quali istituzioni stiamo parlando? E con quale modalità collaborativa si è deciso di portare avanti il progetto? L’ho chiesto proprio a Pietro Rivasi che, assieme a tutto il team di Urbaner, ha risposto in maniera puntale a queste e altre domande.

Chi per primo, tra le istituzioni, ha attenzionato il tema, al punto da farne nascere qualcosa di concreto?

Il progetto ha radici “lontane” nel tempo. Se ne è iniziata ad avvertire l’esigenza nel 2013 dopo una conferenza organizzata da Pierpaolo Ascari per conto della ricerca “Il campo della cultura” di Fondazione Del Monte; a questa parteciparono anche Massimo Mezzetti, allora assessore regionale alla Cultura, Claudio Musso e Fabiola Naldi. Da quell’incontro se ne fissò uno successivo, durante il quale sembrava possibile immaginare a Bologna un centro studi sulle controculture. Purtroppo poi, col passare degli anni, rimase lettera morta, fino ad un anno e mezzo fa, quando l’allora l’assessore di Modena, Gianpietro Cavazza, aprì con Pierpaolo uno spiraglio per poter presentare un progetto a lungo termine. Colta questa disponibilità Pierpaolo mi ha coinvolto per riprendere quel discorso che nel frattempo abbiamo avvertito essere ancora più urgente e necessario, in un’ottica di critica alle politiche del decoro urbano, sempre più invasive e limitanti per porzioni sempre più ampie di società.

Avviata la macchina dunque, per questioni tecniche, è stato coinvolto l’IBC (Istituto per i beni artistici, ndr) che, col tempo, ha assunto un ruolo determinante anche a livello di contenuti; contestualmente, elezioni comunali e regionali hanno imposto altre modifiche al progetto originale, molto ampio e spalmato su 3 anni. Siamo così arrivati, con il forte sostegno politico del nuovo assessore alla Cultura di Modena, Andrea Bortolamasi, alla proposta di Urbaner, ovvero un portale che possa servire per diffondere i “risultati” della ricerca che stiamo attuando (origini ed evoluzione dell’arte urbana nella nostra regione, oltre alla mappatura dei luoghi di interesse presenti e passati) grazie al sostengo della Regione Emilia Romagna ed IBC, ma anche come punto di riferimento per le notizie relative a questo ambito.

Immagino aveste e tutt’ora abbiate tonnellate di materiale da consultare, oltre che di artisti con cui dialogare: da dove siete partiti per attivare la ricerca? Che metodo avete seguito? A che punto è il work in progress?

Il work in progress è lento, come penso debba essere e come purtroppo il Covid ha per certi aspetti imposto: l’idea è di cercare di contattare più persone possibili tra quelle che sappiamo aver avuto un ruolo nella diffusione di questa cultura, siano essi operatori culturali – come i responsabili delle polisportive che per prime hanno concesso spazi a queste forme d’espressione, militanti di centri sociali, artisti o intellettuali. A ciascuno facciamo le domande che sono l’esito parziale delle interviste precedenti, nel senso che ogni intervistato, con le sue testimonianze e il suo punto di vista, ci consente di rendere più accurata e articolata la nostra esplorazione. Ci sono domande standard e canoniche, diciamo così, alle quali si aggiungo ogni volta le indicazioni o le esigenze di approfondimento o la ricerca di conferme o di smentite che si profilano durante il percorso. Tutte queste domande sono volte a capire come, in epoche diverse, queste persone si siano interessate a questi linguaggi e perché, cosa abbia scatenato in loro l’interesse e come pensano si sia trasformato/evoluto/involuto questo ambiente nel tempo. Poi se qualcuno è in grado e desidera parlare o scrivere a ruota libera, è benvenuto ed i risultati sono spesso estremamente interessanti. Al momento le interviste fatte sono una 30ina, di cui circa la metà pronte per la pubblicazione, le altre necessitano di editing a vari livelli; quello che ci aspettiamo è che, man mano ne facciamo, emergano nuovi nomi da coinvolgere e nuove foto di interesse, cosa che sta già succedendo.

Urbaner va oltre le logiche della rete cialtrona e generalista, presentandosi come un vero e proprio archivio tradizionale, quasi museale. Allo stesso tempo, però, Urbaner trova proprio nella rete la sua sistemazione ideale in termini di divulgazione e apertura: possiamo quindi dire che non tutto il World Wide Web viene per nuocere?

Come sempre il mezzo fa la funzione che gli si attribuisce. A noi sarebbe piaciuto avere un ufficio con pc, scanner, wifi, fornelli a induzione per fare la moka, trasferte pagate, macchina fotografica a disposizione, una sala archivio e una per esposizioni ma… quello che è stato possibile fare al momento, ed è già tanto, è stato questo. Il risultato più interessante è, crediamo, l’essere riusciti a far abbracciare alle istituzioni che collaborano con Urbaner il punto di vista della “scena” e non vice versa. Non c’è un appiattimento sulla vox populi che chiede “street art” decorativa e/o che rincorre le notizie del tg, ma per una volta un riconoscimento del valore storico, culturale ed artistico di ciò che davvero ha e ha avuto valore per questi movimenti: persone, murales, tag su un portone di legno o whole car e tutto quello che ci sta in mezzo.

Come si fa a mettere in dialogo l’istituzione sistemica con un mondo dove l’atto sociale e artistico è in gran parte spontaneo (e spesso opposto all’istituzione)? Badate: non c’è alcun intento pruriginoso in questa domanda ma reale curiosità metodologica, oltre che concettuale.

Se l’istituzione facesse il suo ruolo, ovvero studiare e capire i fenomeni soprattutto quando hanno un così dirompente e ampio impatto su tutta la società, non si porrebbe neanche il problema. Siamo invece abituati, assuefatti, ad istituzioni che vogliono solo investire sul consenso e sulla messa a rendita di qualsiasi cosa. Chiaramente moltissimo writing e street art è all’opposto di queste logiche, non tanto per una volontà, ma per un dna: il 99% del writing è intrinsecamente politico pur non contenendo messaggi espliciti, non è “anti sistema” o anti istituzionale. È così, è la sua storia e chi lo pratica partecipa ad un movimento che si basa in gran parte su scale di valori diverse da quelle imposte. Dunque si crea una contrapposizione, in modo assolutamente indipendente dalla volontà di essere “contro”. Poi certo, c’è anche chi ha una consapevolezza differente e sullo scontro basa il suo messaggio ed il suo modus operandi, ma non sono tantissimi. Noi stiamo tentando di fare questa operazione: tu istituzione pubblica (ma con un privato come una galleria sarebbe lo stesso) sei interessato all’arte urbana? Ecco vedi che l’arte urbana è questa roba qui, è conflitto, è energia, è un humus che si basa su network informali, a volte è arte, spessissimo è vandalismo (secondo il metro delle regole della società civile e del codice penale). Vuoi esporre pezzi importanti di arte urbana nel tuo museo cittadino? Ecco, prendi questi 1000 treni di Fra32, prendi queste 30 esplosioni sui treni di Zelle Asphaltkultur: questi sono esempi importanti di arte urbana. Vuoi sapere cosa ha modificato l’aspetto e anche la progettazione dello spazio pubblico negli ultimi 50 anni? Leggi queste interviste. Vuoi sapere senza chi non esisterebbe Banksy? Vuoi sapere quanto sarebbe più povera l’Emilia Romagna se non ci fosse stata L’Isola Nel Kantiere o il Livello 57, la Scintilla o il porto canale dipinto di Rimini? Ecco leggi le interviste e poi ogni volta che dai 1 Euro a un’associazione di retake, ogni volta che sostieni lo sgombero di un posto, ogni volta che decidi che in una città non si può più giocare a pallone nel parco perché non è decoroso e investi più in telecamere che in biblioteche: rileggi le interviste.

C’è modo, secondo voi, di esportare il modello Urbaner anche in altre regioni italiane, adattandolo alle diverse peculiarità dei vari territori? Se sì, come e dove? Credete che sarebbe utopistico (o forse insensato) pensarlo anche a livello nazionale?

Crediamo che le controculture creino cultura (cit.) e dunque ovunque andrebbero studiate, capite, salvate senza snaturarle e in alcuni casi valorizzate e riconosciute, come stiamo cercando di fare qui.

Tema mappatura: se ne sta parlando tantissimo, da anni, in tutta Italia (anche se in alcune città che avrebbero grande voce in capitolo, come Milano, la mappatura è lasciata al buon cuore di privati cittadini che, anche in modalità open source, fotografano e caricano in piattaforma le foto). Tuttavia, non credete che la mera mappatura di opere e luoghi sia un po’ fine a sé stessa, se alla semplice dida sotto la foto non si aggiunge un’approfondita spiegazione che coinvolga la storia del movimento, dell’artista, del luogo, oltre alla data e alla tecnica con cui è stata realizzata un’opera? Non si rischia, senza un’adeguata informazione (che potrebbe essere fornita da professionisti della comunicazione esperti del settore attraverso sopralluoghi sul campo), che l’opera sia solo oggetto di foto a uso social?

Non ci sembra di star facendo questo. La mappatura che abbiamo proposto – e che per essere sensata ed efficiente necessiterà di molto lavoro condiviso – vorrebbe non essere affatto un elenco di “photo opportunity” ma un compendio visuale alle interviste. Stiamo infatti raccogliendo tutti gli interventi realizzati per i vari festival, ma anche e soprattutto ci stiamo impegnando per mappare i luoghi importanti al di fuori di questi circuiti: negozi, squat, lungolinea, pezzi o tag importanti etc, cercando quando rilevante, di aggiungere una descrizione che ne faccia capire l’importanza. La mappa va vista insieme alle interviste come parte di un unicum e ti dirò di più, andrebbe vista insieme alle schede OAC che abbiamo avuto l’opportunità di fare grazie all’interessamento e alla disponibilità di IBC. Perché tutto abbia senso però, questi progetti devono essere prima condivisi con la scena, e poi sostenuti per poter essere eventualmente implementati a dovere. Siamo al momento in una fase di “sperimentazione in campo”. Vediamo che succede, quali sono i riscontri, quali le proposte, se ce ne saranno.

[Dalla pagina Chi siamo del sito: Il pittogramma del logo di URBANER trae origine dall’opera utilizzata come artwork principale: Untitled 01, di Angelo Muschio. (140x100x4. Acrilico su tela + spray MTN waterbased.).

Il logo e l’opera realizzata da Angelo Muschio riproducono una livrea XMPR, accartocciata.

L’adozione di questa livrea da parte di Ferrovie dello Stato, avvenuta a metà degli anni ’90, introdusse diverse novità, una particolarmente interessante; la colorazione delle carrozze venne fatta per la prima volta tramite l’applicazione di una speciale pellicola che, assieme ai vari vantaggi in termini di sicurezza sul lavoro, velocità di applicazione, possibilità di modifiche, offriva anche la possibilità di poter rimuovere in maniera facile, veloce e senza bisogno di prodotti particolari gli strati di vernice applicati su di essa. Il primo passo importante che Ferrovie dello Stato compie in contrasto al “fenomeno dei graffiti”.

Attraverso l’opera e il logo si vuole mostrare questo simbolo della lotta ai graffiti distrutto.]

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