Cosa ci fa Steve Jobs a Calais? Chiedetelo a Banksy

di anotherscratchinthewall

Non gli è bastato, lo scorso settembre, trasferire la struttura di Dismaland da Weston-Super-Mare a Calais. Qui, nella “giungla” poco fuori la cittadina francese, dove vivono oltre settemila migranti, Banksy ha portato un’altra delle sue opere: questa volta si tratta di uno stancil, il cui grande protagonista è niente meno che il fondatore di Apple, Steve Jobs.

Apparso ieri sul suo sito Internet, il pezzo, intitolato “The son of a migrant from Syria”, “Il figlio di un migrante siriano”, raffigura Steve Jobs nei suoi classici panni, i jeans e il dolcevita nera, mentre regge con una mano uno dei primi computer Apple e con l’altra una sacca che poggia sulla spalla. Il riferimento è alle origini del cofondatore dell’azienda di Cupertino: il padre biologico di Jobs, adottato da una coppia di armeni-americani, è infatti Abdulfattah John Jandali, giunto negli Usa dalla Siria. Banksy ha dunque utilizzato la figura di Jobs per fare fronte alle critiche che sempre più spesso vengono mosse nei confronti dei rifugiati che qui ci abitano. In una rara dichiarazione che accompagna il lavoro, diffusa attraverso un insolito comunicato stampa, Banksy ha dichiarato: “Siamo spesso portati a credere che la migrazione sia un salasso per le risorse del paese, ma Steve Jobs è stato il figlio di un immigrato siriano. Apple è l’azienda più redditizia al mondo, paga oltre 7 miliardi di dollari all’anno di tasse ed esiste solo perché l’America ha accolto un giovane uomo di Homs”.

Quello di Steve Jobs è solo uno di una serie di graffiti che Banksy ha lasciato nella “Lamepusa del nord” in risposta alla crisi dei rifugiati: durante il suo viaggio a Calais l’artista ha infatti ricoperto diverse pareti del porto con opere dello stesso contenuto, tra cui il bellissimo stancil che raffigura “La zattera della Medusa” di Théodore Géricault in versione moderna. La ciurma della fregata francese si è qui trasformata in un gruppo di migranti di oggi che agita una bandiera bianca alla disperata ricerca di un aiuto: a non rispondere ci pensa un lussuoso yatch sullo sfondo che, dotato di ogni comfort e di un elicottero privato, prosegue la sua rotta senza degnarsi della presenza umana. Profetico il titolo: “We are not all in the same boat”, “Non siamo tutti nella stessa barca”.

Sempre a Calais, poi, trovano alloggio alcune delle infrastrutture del dismesso “bemusement park” di Dismaland, utilizzate per costruire alcune strutture per i migranti, provenienti soprattutto da Siria, Eritrea e Afghanistan. Come si legge sul sito Internet, “Quando Dismaland ha chiuso i battenti si è deciso che invece di disfarsi di tutto il gruppo che ha lavorato alla costruzione del parco, questi sarebbero stati riciclati come operatori umanitari. Hanno così viaggiato fino al campo profughi di Calais e hanno eretto 12 dimore, un’area comune e un parco giochi per bambini”. Ma in quest’ultimo caso, almeno questa volta, il divertimento è assicurato.

Foto di Banksy
Foto di Banksy
Foto di Banksy
Foto di Banksy
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