Caro Shopenhauer, trattasi di velo di Pao?

di anotherscratchinthewall

State attenti a Pao: nella sua “Black Hole Fun”, la mostra inaugurata qualche giorno fa a Milano e aperta fino al prossimo 30 marzo, è riuscito a fare tutti fessi con una serie di trompe-l’œil rubati all’arte moderna e rivistati in versione pop.

Il sospetto che Pao fosse un malefico incantatore sarebbe dovuto venirmi sin dalle origini: trasformare un dissuasore della sosta in pinguino significa saper meglio giocare coi volumi rispetto a chi realizza pezzi bidimensionali su muro. Se a questo avessi aggiunto che ha convertito rampe dei marciapiedi in spicchi di limone, idranti in cani, lampioni in Chupa Chups, transenne in zebre e centraline elettriche in cartoons, allora avrei dovuto drizzare le antenne. E invece no: giunta alla mostra di Pao sono caduta a piè pari nella trappola che mi stava tendendo.

“Ma qui c’è davvero un buco per terra?” ha chiesto una bambino. Senza farmi notare ci ho passato un piede sopra e, calcando, mi sono resa conto che si trattava di un tappeto rotondo con una serie di rettangoli bicromi disposti in senso circolare che davano l’idea di un gorgo nel pavimento. “Simpatici questi canotti a forma di donuts giganti”, mi sono detta. Solo avvicinandomi e guardandoli di profilo mi sono accorta che quei donuts altro non erano che grandi piatti concavi dipinti con una tecnica prospettica che li rendeva convessi. “Come cavolo fanno questi cubi a ruotare al mio passaggio?” mi sono nuovamente chiesta. Solo guardandoli di profilo mi sono resa conto che si trattava di tre rombi applicati al muro e disposti in modo da fingersi tridimensionali. Magra soddisfazione personale: ho riattivato il mio occhio di critica d’arte nel riconoscimento di trompe-l’œil in ben 10 tele che presentavano lo stesso tipo di prospettiva deformante.

Se, come vuole Schopenhauer, “l’artista vede  quel che nessun altro riesce a vedere”, allora posso affermare che Pao ha visto un modo di fregarci tutti per ridersela sotto i baffi. E io, con lui, ho riso tanto nello scoprirmi una credulona alle menzogne che i miei occhi mi raccontavano. A Pao va dunque il merito di avere giocato in maniera tanto originale quanto professionale con le forme, i colori e le tecniche a essi associati, in una mostra che mi è piaciuta e mi ha convinta al punto di trasformarmi da vittima in carnefice: tornandoci con amici ho chiesto loro “Ma qui c’è davvero un buco per terra?”.

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